Da Veltroni a Cerami, passando per l’Alaska

By sigmundf

Sinalunga, Siena, scuola di formazione del PD. Veltroni parla a mille giovani. Parte una sequenza di Into the wild, con sublime frasetta dal diario del morente protagonista: “la felicità è reale solo quando è condivisa”.

Banalità da santino, priva di senso e di importanza. Conta di più la scelta del film. Into the wild è la storia del suicidio lento di uno psicotico grave, sorretto da un delirio ideologico di rifiuto di Babilonia e delle sue cose sporche, e di una regressione verso la purezza salvifica dell’Origine. Da bravo figlio della Metropoli, il protagonista cerca nella wilderness e nella simmetrica negazione del peso del corpo la possibilità di una palingenesi sociale e personale. Doppia ascesi, doppia purificazione, per liberarsi da Satana dentro e fuori.

Fin qui, niente di che: una modesta vicenda privata che ripercorre le logiche dell’anoressia, ma puntellate da una buona dose di falsa coscienza politicamente corretta. Neanche c’è da meravigliarsi che sia tanto piaciuto agli adolescenti e tardoadolescenti di una sottocultura politica che si sente sconfitta. In fondo il film sintetizza le fantasie arcadiche di una piccola borghesia semi intellettualizzata priva di progetto politico vero e di presa sulla realtà. La Metropoli ci sfugge, la Modernità ci scivola tra le mani, rifugiamoci laddove il sociale perde peso, nel Nulla di una  mitica natura primitiva, e nei recessi dell’ultimo sacrario difendibile per il nostro io: il nostro corpo.

Il film è pessimo. Personaggi che sono stereotipi puri. La solita famiglia-pseudo inferno che dovrebbe      spiegare quasi tutto perché condensa la schifezza di una società. Gli sprazzi di solidarietà e vitalità che sarebbero prerogativa di qualche frammento di proletariato. L’immancabile flash flood che distrugge quella protesi di Satana che è la scassata automobile dell’eroe, e dunque lo libera (saggezza infinita della Natura). Una coppia di hippies attardati che avrebbe dovuto spingere il pubblico a risate sguaiate, e invece no… L’Alaska come luogo della verginità ritrovata: una romanticheria d’accatto che può far sognare solo chi non c’è mai stato – cioè quasi tutti -, o chi c’è stato e non è riuscito a ‘vedere’ di quanta socialità potente ogni angolo di quegli spazi è intriso, e di quanta ambiguità. La Palin governatrice dell’Alaska che piace alla piccola borghesia e al semi proletariato della heart land USA è l’esatto simmetrico del Christopher McCandless che piace agli orfani politici della nostra semiborghesia ‘illuminata’, gli orfani adolescenti del popolo di La Repubblica, la marea luddista dei nimby, degli anti-velocità, degli anti-scienza, anti-nuke, anti-carbone, anti-tunnel, i cultori della burla omeopatica, i newagers in tutte le loro varianti ecc, 

L’uso di questo film come cisti di mito segnala la povertà culturale di chi si è preteso leader di un progetto di modernizzazione. Lasciamo perdere per un attimo i contenuti e guardiamo il linguaggio. La scrittura filmica di Into the wild è arcaica, una cinepresa da socialismo reale, senza un guizzo di innovazione e di sorpresa sintattica. La prevedibilità dei piani e delle sequenze è disarmante, e televisiva. La recitazione fa invocare lo Actor’s Studio. Chi guarda e cerca lo “specifico filmico” del buon Aristarco si impantana in una banalità formale della narrazione che dice l’essenziale: questo è un film vecchio, fatto da e per i sanfedisti della contro-modernità. Quasi quasi uno si rimpiange Ken Loach.

Ed eccoci a Vicenzo Cerami. Per chi non se ne fosse accorto è il Ministro della Cultura e simili nel Governo ombra veltroniano. L’uomo giusto al posto giusto. Quello che è riuscito a imbolsire in melensaggini persino lo straordinario talento naturale di Roberto Benigni. Il tipico Nulla della semi-gauche-uova-di-lompo di un po’ di terrazze, giardinetti e salottini romani. Ma Vincenzo Cerami è importante. Ci fa capire che il ricorso a Into the wild non è stato un incidente, ma la manifestazione di una mezza cultura corriva e incapace di forza o visione. Cultura-spettacolo, senza tensione interna e fame di rappresentare e leggere il mondo. Cultura della strizzata d’occhio complice che ci fa riconoscere tra noi e dalla parte giusta. Una cultura dell’appartenenza e non della esplorazione. E dunque il veltronismo come malattia infantile del berlusconismo.

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